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ROSENBERG – Galleria
d’Arte - Casa d’Aste
Via Ugo Bassi,
30 (angolo Pollaiuolo) – 20159 Milano
Tel. 0269015339 – Tel. e Fax 0268967946
www.galleriarosenberg.com –
info@galleriarosenberg.com
orario di apertura: dal martedì al sabato ore 10.00-12,30 / 14,30-19,00
bernard
aubertin
p e r
s o n a l e
dal
3 aprile al 24 aprile 2008
vernissage giovedì 3 aprile 2008 ore 18,30
Sarà
ospite
la critica Dominique
Stella che presenterà il volume monografico
“Bernard Aubertin”
realizzato a Sua cura dall’Archivio italiano delle opere del Maestro.
Verranno esposte al
pubblico opere, istallazioni e foto di performances realizzate dal Maestro
dagli
anni ’50 agli anni ’90.
UFFICIO STAMPA:
Mariarosa Faglia, Mascia Galesi
Tel. 030 3099634 – 3464091666
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il comunicato stampa in formato "PDF"
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in collaborazione con
CIDAC
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ARTE |
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arte contemporanea |
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i
n collaborazione con

www.archiviobernardaubertin.it
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con il patrocinio
della

Presidenza del Consiglio dei Ministri Ministero delle Politiche
Giovanili |

BERNARD AUBERTIN - Dominique Stella
Dopo l’incontro con Yves Klein, nel 1957, Bernard
Aubertin inizia a fare pittura mo nocroma. Tutto ha origine, quindi, da una
visita all’atelier di Klein, a Montparnasse. Un anno dopo, per l’esattezza
nel 1958, Aubertin realizza i suoi primi "monocromi rossi" in eco al
monocromo blu di Yves Klein. Attraverso la monocromia Aubertin pratica ciò
che egli definisce il silenzio pittorico. Per sfuggire all’arte di
sensazione e di sentimento, per sfuggire al piacere delle tecniche
pittoriche o del puro montaggio/collages, quale è stato praticato
nell’arte dall’inizio del XX secolo, Aubertin offre la propria visione
nichilista dell’arte: l’arte deve essere noiosa, afferma; è un’evocazione
semplice del reale, che oggi non è possibile raffigurare. Non è per niente
descrittiva, può solo essere contemplativa. Aubertin è «artista monocromo»
come altri sono stati impressionisti, astratti, espressionisti; egli
appartiene a quella sfera dell’arte in cui il colore in sé giustifica il
gesto pittorico. Bernard Aubertin è un artista a parte nella storia
recente dell’arte contemporanea. Atipico e inclassificabile, rimane unico
per la sua ricerca ostinata e solitaria che attraversa la storia
dall’inizio degli anni Sessanta sino ad oggi. La sua ricerca si
caratterizza per l’uso esclusivo del rosso. Egli s’identifica interamente
con questo colore di cui per molti anni farà uso nel proprio lavoro, senza
mai abbandonare il filo di questa tinta da lui privilegiata come simbolo
del sangue e al tempo stesso dell’elemento FUOCO. Nel 1958, realizza i
suoi primi quattro monocromi rossi. Ha inizio così un percorso doloroso,
segnato dal rifiuto sistematico dell’ambiente parigino dell’arte che non
gli accorda alcun posto. Proprio a Parigi, nel suo piccolo atelier di rue
Léopold Robert, Aubertin inventa e sogna la sua opera - quadri-fuoco,
quadri-chiodi, gabbie di fumo, libri bruciati, performance come il fuoco
in levitazione… che egli collega a un’appropriazione del reale sviluppando
la sua «teoria del reale» - e tuttavia Pierre Restany lo escluderà
energicamente dal Nouveau Réalisme, vedendo in lui un’ombra riduttiva del
lavoro di Yves Klein. Malgrado le analogie che senz’altro accomunano i due
artisti, essi differiscono interamente nel loro approccio sensibile
all’arte. All’immaterialità trascendentale ed espressionista del gesto di
Klein, corrisponde l’azione metodica, concreta e ripetitiva di Aubertin
che aspira a catturare la realtà oggettiva del mondo attraverso il suo
metodo sistematico, respingendo ogni affettività e sentimento. La sua «Conquête
du Réel» conferma la sua teoria del realismo che pone «la distanza
nell’esecuzione e l’anonimato della tecnica, come elemento base del
proprio lavoro». Raggiunge Klein nella spersonalizzazione ma se ne
discosta per il concetto di anonimato. La sua ricerca, ignorata a Parigi,
troverà eco in Germania dove egli partecipa all’avventura del gruppo Zero
di Düsseldorf fondato da Mack, Piene e Uecker, esponendo, di conseguenza,
con il gruppo olandese Nul=0 - composto da Peeters, De Vries, Handerikse,
Armando Schoonhoven – e raggiungendo così una famiglia nella quale trova
complicità e riconoscimento. Nel suo lavoro, Bernard Aubertin sviluppa la
propria affinità con il concetto base della «tabula rasa» promosso dal
gruppo Zero. Il nome del gruppo tedesco non era in alcun modo volto a
celebrare il nichilismo: Zero deve essere inteso come il vuoto che include
un insieme di altri concetti, in particolare l’infinito e il nulla, che
gli artisti del gruppo cercavano di raggiungere attraverso un lavoro sul
monocromo privilegiando, nelle prime opere della fine degli anni ’50,
l’utilizzo del bianco. Il Manifesto Zero definisce i diversi livelli
d’azione del gruppo: «ZERO è silenzio, ZERO è principio, ZERO è rotondo».
Malgrado l’aspetto iconoclasta dell’atteggiamento innovatore di questi
giovani artisti, la continuità del retaggio culturale è innegabile e
assicura il legame con il futurismo, con l’interrogazione spazialista di
Fontana. La rivoluzione «Zero», per i tedeschi, o rivoluzione «Blu», per
Yves Klein, s’interroga sulla modernità, sul ruolo dell’artista nella
società e la sua azione su ciò che è vivente. Questa ricerca caratterizza
le tendenze che segnano l’arte europea degli ultimi anni Cinquanta e degli
anni Sessanta, in una tradizione nata nell’immediato dopoguerra. La
modernità era allora sinonimo di libertà e veicolava una visione
«romantica universalista, coerente, spirituale, strutturata e gerarchica
del mondo, nella quale l’atto artistico assumeva un ruolo ben definito.
Come sottolinea Lazlo Gloser, si assisteva alla trasformazione della
percezione dell’arte: «Più che la realizzazione individuale, che conta
tutt’al più a titolo di esempio, ciò che importa è il fenomeno della
«modernità», che per il pubblico rappresenta un incontro globale con il
«nuovo»». Zero condivide questa percezione dell’arte e anche Aubertin,
nella sua ostinazione monocroma, rivela la medesima ambiguità tra
principio e continuità storica: «Gli artisti di ZERO volevano fare tabula
rasa di tutto ciò che era esistito prima di loro. Ma è evidente che la
loro nuova concezione della pittura faceva parte della continuità storica,
proveniva dal retaggio culturale futurista della liberazione del colore e
assicurava così il prolungamento della tradizione delle arti plastiche. »
Le scelte di Aubertin derivano da una logica implacabile e rispondono a
un’accumulazione di elementi e avvenimenti, che creano l’opera a partire
dall’azione sublimata dal gesto che egli vuole ripetitivo e, citando le
sue parole, «seriale». Aubertin abbandona ogni implicazione emotiva per
rifugiarsi nel silenzio creatore che lo assimila all’artigiano, autore di
un gesto meticoloso che sia il più possibile esatto. Nessun effetto di
spettacolo, nessun effetto di stile, ma lo svolgimento lento e progressivo
di un lavoro che si compie nel tempo e nel raccoglimento. Quando Aubertin
definisce il suo lavoro, nel 1977, egli si dichiara allora e per sempre
Realista: stabilisce la traccia di questo svolgimento effettivo del tempo
sulla superficie di un quadro, preferibilmente rosso. È spaziotempo
quantificato, «rappresentato», in un desiderio di intercettare questa
effimera realtà. Effimera realtà che egli cattura anche nelle sue azioni
di fuoco, fra cui la più spettacolare è probabilmente il Feu en lévitation
(1968), materializzazione fisica di fenomeni puramente astratti che
raffigurano «l’accelerazione dell’istante». Realista, quindi, sino
all’«oblio di sé», egli continua: «Si, sono un realista, poiché per
avvicinare la natura devo continuamente mantenere una distanza, una
perfetta abnegazione, tra l’opera e me. Il rullo (Yves Klein), il
pennello, il martello, il cacciavite, la penna stilografica, il punzone,
sono mezzi meccanici di cui è bene servirsi rispettandone la funzione.
L’esecuzione, quando è sistematica, è sempre distanziata. Per un
contadino, ad esempio, arare è un lavoro anonimo. La creazione deve
procedere da questo anonimato se si vuole davvero accedere a un’era nuova,
favorire l’apparizione dell’ignoto, dar vita alla poesia. (…) Per me, solo
la sensibilità dell’uomo, visualizzata attraverso una tecnica artigianale
anonima, giunge al realismo». E il FUOCO partecipa di questo realismo:
«Ancor più nel caso del quadro-fuoco, opera e uomo qui si fondono
intimamente, interamente. Creo e ricreo il fuoco sino alla completa
combustione delle strisce di plastica e rimango pericolosamente al centro
delle fiamme». Questa attrazione per il fuoco potrebbe partecipare del
rito della purificazione. Purificazione attraverso il fuoco dell’azione
creatrice e, in effetti, Aubertin rivendica attraverso la sua arte
un’azione rigeneratrice del mondo, un’azione di terapia collettiva che
nobiliterebbe il concetto di arte; egli scrive: «l’arte, a mio avviso, può
solo essere considerata una terapia a livello della comunità, ciò che
genera il fraternizzare degli uomini e nobilita la dose di terapia
inerente all’arte. Il ruolo di noi artisti è aspirare alla pienezza,
privata delle contraddizioni, della natura umana. Così l’uomo sarà sempre
in grado di prevedere e soddisfare i bisogni dell’umanità. Agendo per la
collettività, noi ci liberiamo della natura e della nostra stessa natura.
Dobbiamo sforzarci di prendere distanza dalla natura, se vogliamo
realizzarci come specie umana specifica.» C’è, in questo, il concetto del
controllo e della partecipazione di ognuno all’opera. Questa interazione è
volta all’umanizzazione; Aubertin afferma: «UMANIZZARE significa:
inventare, fabbricare, identificare spiritualmente e fisicamente l’uomo
con la cosa creata, quindi con la natura.» Aubertin propone una visione
rigeneratrice dell’arte e quindi portatrice di una realtà creativa; allo
stesso tempo, però, essa è subordinata alla realtà naturale magnificata
dall’atto creatore. L’uomo, in questa realtà, è nobile e umile al tempo
stesso, demiurgo e misero attore della propria creazione. Da alcuni anni,
l’artista ha abbandonato il rosso. Nel 1990, Bernard Aubertin dichiara di
non vedere più il rosso. Privilegia allora l’utilizzo del nero che, come
precisa: "è il colore che fissa meglio l’atmosfera spirituale della
monocromia metafisica" (appunto del gennaio 2000). La sua ricerca
abbandona la sfera delle arti plastiche e si orienta verso la
materializzazione di uno spazio spirituale, mentale, che si rivolge
all’anima e trascende l’espressione di Sé, in una "sovradimensione" volta
ad annullare il carattere visivo dell’opera per privilegiarne l’aspetto
spirituale. L’artista tende così a scomparire, ad annientarsi nella sua
opera attraverso l’oblio di se stesso, al quale accede con la ripetizione,
l’accumulazione, la sovrapposizione che annullano lo spazio-tempo e
diluiscono lo spazio materiale dell’opera nell’automatismo della
realizzazione.
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